On doit des égards aux vivants; on doit aux morts que la verité.

Ai vivi si devono dei riguardi, ai morti si deve soltanto la verità.

Voltaire, “Lettere scritte nel 1819”

sabato 27 agosto 2016

E’ uscita la terza edizione del libro “ L’ ULTIMO SALUTO”  sulla strage dei 43 militi della Legione Tagliamento  trucidati a Rovetta  il  28 Aprile 1945.  Disponibile sul sito:  http://www.lulu.com/home
In memoria di Gregorio Misciattelli Bernardini, fondatore e primo Presidente della Associazione Reduci della 1^ Legione d’ Assalto “M” Tagliamento e del Comitato Onoranze Caduti di Rovetta e di Padre Antonio Intreccialagli, Cappellano della Legione.
Un grazie ai legionari Mariano Renzetti e Fedinando Cacciolo, combattenti per l’ Onore d’ Italia, che hanno dedicato la loro vita a testimonianza di una tragedia nazionale personalmente vissuta.

QUI SONO RIPORTATE SOLAMENTE ALCUNI DELLE STRAGI COMPIUTE DAI "LIBERATORI" NELLE "GLORIOSE"  GIORNATE DEL 25 APRILE 1945




Strage di Oderzo (Tv)
Negli ultimi giorni di aprile del 1945, esattamente il 28, 126 giovani militi dei Btg. “Bologna” e “Romagna” della GNR e 472 uomini della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo della R.S.I. (450 allievi più 22 ufficiali) si arresero al C.L.N. con la promessa di avere salva la vita. L’accordo fu sottoscritto nello studio del parroco abate mitrato Domenico Visentin, presenti il nuovo sindaco di Oderzo Plinio Fabrizio, Sergio Martin in rappresentanza del C.L.N., il Col, Giovanni Baccarani, comandante della Scuola di Oderzo e il maggiore Amerigo Ansaloni comandante del Btg. Romagna. Ma quando scesero i partigiani della Brigata Garibaldi “Cacciatori della pianura” comandati dal partigiano Bozambo l’accordo fu considerato carta straccia e il 30 aprile cominciarono a uccidere. Molti furono massacrati senza pietà fra il 30 aprile e il 15 maggio. La maggior parte, ben 113, fu uccisa al Ponte della Priula, frazione di Susegana e gettati nel Piave. Pare si trattasse di 50 uomini del “Bologna”, 23 del “Romagna”, 12 della Brigata Nera, 4 della X^ MAS, e gli altri di altri reparti fra cui gli allievi della scuola. Altri furono trucidati sul fiume Monticano.La banda di "Bozambo", "boia di Montaner", al matrimonio tra Adriano Venezian e Vittorina Arioli, entrambi partigiani, al banchetto di addio al celibato di Venezian uno della banda affermò :- Ti auguriamo che tu abbia ad avere dodici figli e perché questo augurio abbia ad essere consacrato domandiamo che siano uccisi, vittime di propiziazione, dodici fascisti -.Fu così che la mattina del 16 maggio scelsero tredici allievi ufficiali della Scuola di Oderzo e li assassinarono nei pressi del Ponte della Priula. (Particolare delle stragi di Oderzo). (Contributo di Francesco Fatica dell’ISSES Napoli)Vedi anche, qui appresso i caduti sulla corriera della morte. In totale le vittime fra gli ufficiali della scuola di Oderzo furono 144.
In alto da sinistra: il diciassettenne Guido Bacchetto, di Cornuda e Amedeo Clementini, figlio del segretario comunale di Oderzo, volontari di guerra, assassinati nella seconda strage a Ponte della Priula; Adolfo Zanusso e Renato Battista Nespolo fucilati dopo atroci sevizie nel primo eccidio di Monticano, Giuseppe Della Torre, di Camino di Oderzo. Questi prelevato a casa sua e incarcerato il 29 Aprile dal partigiano Rino De Luca (Ferro) era tra coloro che erano stati graziati dopo la vibrante protesta del clero e del sindaco do Oderzo, Tiziano Tonin, ventiquattrenne di Oderzo, volontario delle Brigate Nere
La corriera della morte
La strage di Concordia
Nel maggio 1945, a seguito dell'ultima offensiva alleata in Italia che portò alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, molti civili e molti soldati origine meridionale del disciolto esercito fascista si trovarono quindi separati dalle proprie famiglie.  Il Vaticano, attraverso la Pontificia Opera di Assistenza, si adoperò per permettere il rientro a casa di tutti gli sfollati che si trovavano al nord e mise a disposizione diversi autocarri per renderne possibile il rientro. Su uno di questi autocarri in partenza da Brescia per Roma il 14 maggio 1945 trovarono posto 43 passeggeri  di cui numerosi ex Internati Militari Italiani provenienti dai campi in Germania e alcuni ex militi della RSI della scuola allievi ufficiali della GNR di Oderzo. Tutti i passeggeri erano muniti di un lasciapassare rilasciato dal CL]. Sul mezzo, prima della partenza fu issata la bandiera vaticana. L'autocarro, nel suo tragitto, fu fermato presso Concordia sulla Secchia dalla Polizia partigiana e i passeggeri furono costretti a scendere per effettuare controlli. Di costoro sedici furono trattenuti mentre gli altri poterono proseguire il viaggio fino a Modena dove il mezzo subì un cambio di programma e dovette rientrare a Brescia per effettuare un nuovo carico. I passeggeri lasciati a Modena tentarono poi di raggiungere le proprie abitazioni con mezzi di fortuna. I sedici fermati furono le prime vittime della cosiddetta "corriera fantasma". Le notizie frammentarie che circolavano nel frattempo e la preoccupazione dei parenti degli scomparsi contribuirono alla diffusione di notizie erronee come la scomparsa dell'intero gruppo di passeggeri e dello stesso autocarro. Nel 1946 furono rinvenuti sei corpi appartenenti a un primo gruppo di vittime uccise presso Concordia sulla Secchia mentre nel novembre 1948 fu rinvenuto un secondo gruppo di dieci vittime che grazie agli effetti personali rinvenuti furono identificati per i passeggeri arrivati da Brescia. In base a ricostruzioni successive si scoprì che i sedici passeggeri furono dapprima condotti a Villa Medici di Concordia ove furono derubati e malmenati. Poi la notte tra il 16 e 17 maggio furono nuovamente prelevati e dopo essere stati condotti nel vicino podere furono uccisi. Solo dopo il processo tenuto corte d'Assise di Viterbo dal 15 dicembre 1950 al 15 gennaio 1951, si poté procedere ad una ricostruzione dell'accaduto. Ai partigiani di Concordia convenuti in veste di imputati furono contestati i seguenti reati: concorso nel reato di sequestro continuato ed aggravato di persona, concorso nel reato di omicidio aggravato continuato, concorso nel reato di malversazione continuata. Il processo, che lasciò insoluti alcuni punti come il numero delle vittime che in base alle testimonianze appariva più elevato, condannò il comandante e il vicecomandante della polizia partigiana locale Armando Forti e Giovanni Bernardi a 25 anni di prigione per il reato di "omicidio continuato".
 16 anni e sette mesi furono poi condonati a seguito di amnistie. In base agli atti processuali nel territorio di Concordia fu possibile identificare solo i resti di undici delle vittime mentre cinque rimasero ignote
Le vittime rinvenute a Concordia
In base agli atti processuali nel territorio di Concordia fu possibile identificare solo i resti di undici delle vittime mentre cinque rimasero ignote :
Enrico Serrelli-Guardia Nazionale Repubblicana di Lucca nato il 25 ottobre 1925  del Comando di Brescia
Cesare Augusto Jannoni-Sebastianini  Guardia Nazionale Repubblicana di Roma nato               26 giugno 1924- Scuola allievi ufficiali di Oderzo
Marcello Calvani - Guardia Nazionale Repubblicana di Roma nato 23 febbraio 1923- Scuola allievi ufficiali di Oderzo
Roberto Lombardi-Guardia Nazionale Repubblicana    di Roma nato 28 febbraio 1926- Scuola allievi ufficiali di Oderzo
Marcello Cozzi -Guardia Nazionale Repubblicana di     Roma    nato 24 luglio 1926- Scuola allievi ufficiali di Oderzo
Nicodemo Della Gerva -Guardia Nazionale Repubblicana di Tolentino nato 13 ottobre 1922-Scuola allievi ufficiali di Oderzo
Alfonso Cagno  - Guardia Nazionale Repubblicana                                       
Giuffrè Vincenzo- Marina Nazionale Repubblicana nato 4 aprile 1905
Gino Grossi-      4ª Divisione alpina "Monterosa" di Volterra nato 23 aprile 1900           
Alfio Fallai - non meglio identificato
Alfredo Notti - non meglio identificato
5 Caduti ignoti                                                
Nel gennaio 1962 furono ritrovate nelle campagne di San Possidonio, comune limitrofo a Concordia, parecchie ossa umane che sulla base delle testimonianze dei locali furono ritenute appartenere alle vittime della strage della "Corriera fantasma". Le nuove indagini svolte dai carabinieri portarono ad ipotizzare che in realtà da Brescia fossero partite almeno tre autocarri e che un secondo gruppo più consistente di passeggeri sarebbe stato condotto prima a Carpi e poi alla Casa del Popolo di San Possidonio. Dodici prigionieri qui detenuti sarebbero stati poi prelevati e uccisi nelle campagne limitrofe. I pochi resti ossei furono raccolti in 32 cassette e sepolti nel cimitero di San Giovanni in Persiceto con funerali solenni. Nel 1963 sul luogo in cui furono rinvenute le ossa fu eretto un crocifisso e un monumento commemorativo.
L'allievo ufficiale Nicodemo Della Gerva


MODENA 10 FEBBRAIO 1971 
I CIRCA 600 FRAMMENTI OSSEI VENGONO TUMULATI IN TRE LOCULI ANONIMI

Gli uccisi di Pescarenico (Lc)
La sera del 26 aprile transitò per Lecco una colonna di 160 uomini del Gruppo Corazzato “Leonessa” e del Btg. “Perugia” che ripiegava su Como. A Pescarenico furono attaccati dai partigiani. Asserragliati in alcune case i militi si difesero per tutta la notte e per tutto il giorno 27. A sera, avendo quasi esaurite le munizioni, fu trattata la resa. Le condizioni erano che i militi dovevano avere la libertà e gli ufficiali la prigionia secondo la Convenzione di Ginevra. Dopo la resa tutti gli uomini furono picchiati e insultati e minacciati tutti di morte. Il giorno 28 i tredici ufficiali e tre vice brigadieri furono uccisi. Prima di morire lasciarono ai religiosi che li assistettero,toccanti lettere per i familiari.

La strage di Monte Manfrei (Sv)
In questo luogo isolato dell’Appennino Ligure, fra Genova e Savona, nei giorni tragici di fine aprile, primi maggio 1945, i partigiani trucidarono i 200 marò del presidio di Sassello della Divisione “San Marco”, quando la guerra si era ormai conclusa. I cadaveri, sepolti sotto poca terra nei dintorni, non sono stati ancora rinvenuti tutti, anche per l’omertà delle popolazioni, minacciate ancora adesso dagli assassini dell’epoca. Una grande croce ricorda ora i caduti e ogni anno, l’8 luglio, numerose persone salgono lassù e li ricordano con una toccante cerimonia.

L'eccidio di Cadibona (Sv)
Fu una esecuzione illegale di 38 prigionieri politici fascisti durante il viaggio di trasferimento dalle carceri di Alessandria a Savona. L'11 maggio 1945, trentotto prigionieri politici fascisti, cioè appartenenti alle disciolte formazioni della Repubblica Sociale Italiana, collaboratori dei nazi-fascisti, vennero uccisi in una località a breve distanza dall'abitato di Cadibona, lungo la strada statale che porta alla galleria di Altare. Essi appartenevano ad un gruppo di 52 persone, fra le quali 13 donne, detenute nelle carceri di Alessandria e poste in traduzione per Savona per essere giudicate dalla Corte di Assise Straordinaria. Erano scortate da cinque agenti di Pubblica Sicurezza ausiliari: tre sottufficiali e due guardie, tutti ex partigiani. L’azione penale contro i presunti responsabili dell’uccisione dei detenuti politici era promossa dalla Questura di Savona soltanto nel 1950. A conclusione della lunga istruttoria il giudice rinviava i cinque partigiani e l'allora commissario dell'Ufficio politico della Questura di Savona, al giudizio della Corte d’Assise. Gli imputati, durante l’interrogatorio, negavano d’aver preso parte materialmente all’eccidio. Questi asserivano che sarebbe stato compiuto da partigiani a loro sconosciuti, i quali avrebbero ricevuto l’ordine per telefono, ordine partito dall’ufficio politico della questura di Savona. Iniziatosi il dibattimento davanti la Corte di Assise di Verona questo veniva sospeso per impedimento (grave malattia) di uno degli imputati, e rinviato a nuovo ruolo. Intanto sopravveniva il Decreto del Presidente della Repubblica in data 11 luglio 1959 n. 460 il quale coll’art. 1 lett. a) concede amnistia per i reati politici ai sensi dell’art. 8 C.P. commessi dal 25 luglio 1943 al 18 giugno 1946, e gli atti venivano trasmessi al Tribunale ai sensi dell’art. 153 II° cpv C.P. per l’eventuale provvedimento di estinzione.


Il PADRE EUGENIO ANDREF UFFICIALE DELLE BRIGATE NERE – COMPONENTE LA DIREZIONE DEL PFR DI SAVONA- UCCISO A MUSOCCO /(MI) IL 29 MAGGIO 1945. IL  FIGLIO UCCISO A LEGINO DI SAVONA IL 29 APRILE 1945 E IL FIGLIO MASSIMO, SOTTOTENENTE DELLA GNR, CADUTO PER MANO PARTIGIANA A BORGHETTO VARA (SP) 
La strage di Rovetta (Bg)
Il 26 aprile 1945 un plotone della 6^ Compagnia della Legione Tagliamento di presidio al Passo della Presolana, al quale si aggiunsero alcuni militi della 5^, sentite le notizie della disfatta tedesca decise, malgrado la contrarietà di alcuni, di arrendersi, sollecitato in tal senso anche dal Franceschetti, proprietario dell’albergo che ospitava i militi e si diresse verso Clusone. Ma, giunti a Rovetta (BG), trattarono la resa col locale C.L.N. che promise un trattamento conforme alle convenzioni internazionali. Erano 46 militi comandati dal giovane S.Ten. Panzanelli di 22 anni. Deposte le armi, furono alloggiati nelle locali scuole elementari. Il prete del luogo, Don Giuseppe Bravi, era anche segretario del C.L.N. locale e garantiva il rispetto degli accordi. Ma una masnada di feroci partigiani, giunti da Lovere su due camion, impose la consegna dei prigionieri e il 28 aprile, dopo feroci maltrattamenti, 43 di loro (uno, Fernando Caciolo, della 5^ Cmp, sedicenne di Anagni, riuscì a fuggire e tre giovanissimi, Chiarotti Cesare, 1931, di Milano, Ausili Enzo, 1928, di Roma e Bricco Sergio, 1929, di Como, vennero risparmiati) vennero condotti presso il cimitero di Rovetta e qui fucilati. Ben 28 di loro avevano meno di 20 anni. L’ultimo ad essere ucciso, dopo aver assistito alla morte di tutti i camerati, fu il Vice brigadiere Giuseppe Mancini, figlio di Edvige Mussolini sorella del Duce.Dopo la guerra alcuni di quei partigiani ritenuti responsabili della strage furono individuati e processati. Ma la sentenza fu di non luogo a procedere in forza del Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 194 del 12 aprile 1945, firmato da Umberto di Savoia, che in un unico articolo dichiarava non punibili le azioni partigiane di qualsiasi tipo perché da considerarsi “azioni di guerra”. Fu, cioè, dalla viltà dei giudici, considerata azione di guerra legittima anche il massacro di prigionieri inermi compiuta, per giunta, quando la guerra era ormai terminata.
ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILSENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonino, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16

La strage di Lovere (Bg)
Mercoledì 25 aprile 1945 un piccolo presidio della Legione “Tagliamento”, 26 militi della 4^ Cmp, II Rgt, di stanza nell’edificio delle scuole elementari a Piancamuno in Val Canonica venne sorpreso da un gruppo di partigiani fra i quali erano dei polacchi in divisa tedesca. Malgrado la sorpresa i militi reagiscono, ma le perdite sono gravi : 9 morti fra cui il comandante aiutante maresciallo Ernesto Tartarini e tre feriti. Anche il comandante partigiano, però, tale Luigi Macario, viene ucciso insieme ad altri due, cosicché i partigiani, rimasti senza comandante, cedono al fuoco intenso dei militi superstiti e si ritirano. A questo punto giunge in aiuto una squadra del plotone Guastatori al comando del brigadiere Amerigo De Lupis.Egli si rende conto che i tre feriti che giaccioni all’Ospedale di Darfo non hanno una assistenza adeguata. Uno dei tre, infatti, Sandro Fumagalli, muore la mattina del 26Allora nel pomeriggio il De Lupis, con una piccola scorta, porta i due feriti. ancora vivi all’Ospedale di Lovere, sul lago d’Iseo. Ma egli non sa che i partigiani stanno occupando la città. Al mattino, infatti, il locale presidio del 612° Comando Provinciale della G.N.R. comandato dal Ten. Agostino Ginocchio si è arreso a un gruppo di partigiani e altri partigiani stanno affluendo dalle montagne. Così il De Lupis e i suoi uomini vengono sorpresi all’uscita dall’Ospedale e catturati. Condotti presso la casa canonica (Palazzo Bazzini) che veniva utilizzata come prigione, vennero rinchiusi insieme agli uomini del Ten. Ginocchio. Testimoni dell’epoca affermano che ai prigionieri vennero inflitti pesanti maltrattamenti. Il 30 aprile un legionario, Giorgio Femminini di 20 anni, ottenne di potersi sposare con la sorella di un commilitone, Laura Cordasco, così fu condotto in chiesa col De Lupis e il commilitone Vito Giamporcaro come testimoni. Ma poichè la cerimonia si prolungava i partigiani condussero via tutti gli uomini del De Lupis e li portarono dietro il cimitero dove furono massacrati con raffiche di mitra. Gli uccisi furono sei: Amerigo De Lupis, Aceri Giuseppe, Femminini Giorgio, Mariano Francesco, Giamporcaro Vito, Alletto Antonino. I due legionari: Le Pera Giovanni e De Vecchi Francesco, ricoverati, come si è detto, in ospedale per gravi ferite, furono quasi ogni giorno percossi e maltrattati e, infine, prelevati da partigiani fra il 7 e l’ 8 di Giugno, oltre 40 giorni dopo la fine della guerra, percossi, seviziati e, infine, gettati nel lago e annegati.
 













I massacrati di Ponte Crenna (Pv)
Il 12 agosto 1944 quattro giovani militi venivano catturati dai partigiani e barbaramente assassinati a Ponte Crenna nell’Oltrepo Pavese. Fra essi Walter Nannini, medaglia d’Argento alla memoria.


Uno dei quattro trucidati a colpi di "accetta" a Ponte Crenna. Allievo Ufficiale G.N.R. "Lucca" WALTER NANNINI


La strage di S.Eufemia e Botticino Sera (Bs)
Fra il 9 e il 13 maggio 1945 furono prelevati 11 fascisti a Lumezzane e altri a Toscolano Maderno. Orribilmente seviziati, 23 vennero uccisi proprio di fronte alla chiesa di S.Eufemia mentre altri 16 vennero uccisi e gettati in una fossa a Botticino, in una località detta Mulì de l’Ora. I civili erano 16 e 23 i militari di cui 9 erano della Divisione San Marco. I cadaveri furono ritrovati in stato di avanzata decomposizione, con tracce di inaudita violenza e le unghie strappate. Autori dell’eccidio furono i partigiani comandati da tale Tito Tobegia.

L’eccidio dell’Ospedale psichiatrico di Vercelli
Nei giorni dal 23 al 26 aprile 1945 si erano concentrate a Vercelli tutte le forze della R.S.I. della zona, circa 2000 uomini, che andarono a costituire la Colonna Morsero, dal nome del Capo Provincia di Vercelli Michele Morsero. Tale colonna partì da Vercelli alle ore 15 del 26 aprile, dirigendo verso nord per raggiungere la Valtellina. I reparti che costituivano la colonna erano : Il 604° Comando Provinciale GNR Vercelli Comandato dal Colonnello Giovanni Fracassi, la VII^ B.N. “Punzecchi di Vercelli, parte della XXXVI^ B.N. “Mussolini” di Lucca, CXV° Btg “Montebello”, I° Btg granatieri “Ruggine”, I° Btg d’assalto”Ruggine”, I° Btg rocciatori (poi controcarro) “Ruggine”, III° Btg d’assalto “Pontida”. La colonna raggiunse Castellazzo, a Nord di Novara, la mattina del 27 aprile e, dopo trattative, la sera decise, dopo molte incertezze, di arrendersi ai partigiani di Novara dietro promessa di essere trattati da prigionieri di guerra. Il 28 aprile i prigionieri vengono condotti a Novara e rinchiusi in massima parte nello stadio. Subito cominciarono gli insulti e i maltrattamenti e il 30 cominciarono i prelevamenti di gruppi di fascisti dei quali non si ebbe più notizia. Lo stesso accadde nei giorni successivi insieme a feroci pestaggi. Il 2 maggio Morsero viene portato a Vercelli e fucilato. Intanto sono giunti gli americani che tentano di ristabilire un minimo di legalità. Ma il Corriere di Novara dell’8 maggio parla di molti cadaveri di fascisti ripescati nel canale Quintino Sella. Finché il 12 maggio giungono da Vercelli i partigiani della 182^ Brigata Garibaldi di “Gemisto” cioè Francesco Moranino che prelevano circa 140 fascisti elencati in una loro lista. Questi uomini saranno le vittime della più incredibile ferocia. Portati all’Ospedale Psichiatrico di Vercelli saranno, in buona parte massacrati all’interno di questo. Le pareti dei locali dove avvenne l’eccidio erano lorde di sangue fino ad altezza d’uomo. Altri saranno schiacciati in un cortile da un autocarro, altri fucilati nell’orto accanto alla lavanderia, altri, pare tredici, fucilati a Larizzate e altri ancora, infine, portati con due autocarri e una corriera (quindi in numero rilevante) al ponte di Greggio sul canale Cavour e qui, a quattro a quattro, uccisi e gettati nel canale. Nei giorni successivi i cadaveri ritrovati nei canali di irrigazione alimentati dal canale Cavour furono più di sessanta. Solo il giorno 13 maggio, domenica, gli americani prenderanno il controllo dei prigionieri ed eviteranno altri massacri. Era già pronta la lista dei prigionieri da prelevare quello stesso giorno alle ore 18.
Il capo della provincia di Vercelli Michele Morsero 
davanti al plotone di esecuzione, 2 maggio 1945


Solo ai primi di giugno del 1946 si ebbero notizie certe dell'eccidio dell'Ospedale Psichiatrico di Vercelli, in cui, senza processo alcuno, morirono nei modi più efferati molti fascisti biellesi prelevati a guerra finita dal campo di concentramento di Novara. Il settimanale "La Verità" ne dà notizia l'8 giugno 1946. La penna del pietoso lettore corregge a mano due dei nomi dell'elenco. Uno dei due, il Ten. Dario Raviglione fu tra coloro che, sdraiati a terra nel cortile, vennero schiacciati dalle ruote di un grosso autocarro che faceva avanti indietro nel piazzale.

Il massacro di Schio (Vi)
La notte del 7 luglio 1945 una pattuglia partigiana irruppe nel carcere di Schio dove erano detenute 91 persone presunti fascisti. Di queste, che erano state radunate in uno stanzone e contro cui furono sparate molte raffiche di mitra, ne furono massacrate ben 54 di cui 19 donne, mentre 14 rimasero ferite (11 in modo grave). Il tribunale militare alleato individuò alcuni degli esecutori materiali del crimine ed emise alcune condanne, però mai eseguite. Dai dibattimenti emerse che molte di quelle persone non avevano alcuna colpa e nei loro confronti era già pronto l’ordine di scarcerazione. Il governatore militare alleato ebbe ad affermare che i fatti di Schio “costituiscono una macchia per l’Italia ed hanno avuto una larga pubblicità nei giornali statunitensi, britannici e sudafricani dove vengono considerati senza attenuanti".



Il massacro di Avigliana (To)
Qui furono uccisi, a guerra finita, dopo che si erano arresi ed erano stati disarmati, 33 militari della R.S.I..
TORINO 28 APRILE 1945 
DON EDOARDO DE AMICIS UCCISO DAI PARTIGIANI

LA MATTANZA DI TORINO
L’Unità, edizione torinese del 5 luglio 1945, informava che: “il numero delle persone passate per le armi e giustiziate nel periodo compreso tra il 26 aprile e il 5 maggio 1945 (giorno in cui cessò lo stato di emergenza ndr) non raggiunse i duemila”. È da ritenere che tale dato sia approssimato per difetto, e non va dimenticato anche che le esecuzioni sommarie continuarono dopo il 5 maggio. Si tratta, comunque, di un numero impressionante…basti pensare che la motivazione della medaglia d’oro concessa alla città di Torino parla di: “11 impiccati, 271 fucilati, 132 caduti in fatti d’arme”….in venti mesi di guerra civile ! E, addirittura, qui è lecito supporre che i dati, al contrario, siano stati arrotondati per eccesso Duemila “giustiziati”, però, non bastarono a somare le “pellacce” fasciste: già a novembre alcune auto fantasma andavano in giro per Torino aprendo il fuoco contro le sedi dei Partiti di sinistra, e una cinquantina di neofascisti furono arrestati perché accusati di essere in contatto con le SAM milanesi.
(da: Michele Tosca, “I ribelli siamo noi”, Collegno 2007

I morti di Agrate Conturbia (No)
"Caduti per la Patria” sta scritto su una croce che fa la guardia a 33 salme di fascisti senza nome, trucidati nel sottostante bosco detto “la Bindellina”.
23 SETTEMBRE FASCISTA CONDANNATO 
DALLA CORTE STRAORDINARIA DI NOVARA

I feroci massacri del Biellese
A Bocchetta Sessera (Vercelli) una stele ricorda le decine di cadaveri di fascisti, non solo uomini ma anche donne, stuprate e seviziate prima di essere uccise, che si presume ancora si trovino nel bosco sottostante. Fu questa, una delle zone dove la ferocia partigiana toccò livelli inimmaginabili. Qui operava Francesco Moranino detto Gemisto che, ricordiamolo, nel 1955 fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Firenze per strage di partigiani non comunisti e che fuggì a Praga, da dove rientrò in Italia dopo che il P.C.I. lo ebbe fatto eleggere Senatore.

Gli N.P. trucidati a Valdobbiadene (Tv)
Qui, dopo che il 9 marzo 1945 il grosso del Btg N.P. della X^ fu trasferito sul fronte del Senio, rimasero a presidio soltanto 45 marò. Essi, che avevano sempre vissuto in buona armonia con la popolazione e, quindi, pensavano di non avere nulla da temere, dopo il 25 aprile, a guerra finita, si consegnarono ai partigiani della Brigata “Mazzini” (Comandante Mostacetti). Ma nella notte fra il 4 e il 5 maggio essi furono divisi in tre gruppi per essere, si disse loro, trasferiti altrove. Il primo gruppo fu condotto in località Saccol di Valdobbiadene, spinto in una galleria e, qui, trucidato a colpi di mitra e di bombe a mano. La galleria, poi, fu fatta saltare per occultare il crimine. Il secondo gruppo fu condotto in località Madean di Combai. Qui ai marò vennero legate le mani dietro la schiena con filo di ferro, indi, dopo essere stati depredati, vennero uccisi e bruciati. Stessa sorte ebbe il terzo gruppo, condotto in località Bosco di Segusino.

L’eccidio del 2° R.A.U.
Gli uomini del 2° R.A.U. ( Reparti Arditi Ufficiali) appartenente al R.A.P (Raggruppamento Anti Partigiano), che operava in Piemonte, si arresero ai partigiani il 27 aprile a Cigliano, a nord di Torino, essendo stato promesso il trattamento dovuto ai prigionieri di guerra e l’onore delle armi. Ma il 29 vengono divisi in due gruppi: nel primo vengono inclusi quasi tutti gli ufficiali, le ausiliarie e due signore mogli di ufficiali, nel secondo gli altri. Il primo gruppo viene condotto a Graglia fra inauditi maltrattamenti, senza cibo ne acqua per tre giorni. Fu negata l’acqua anche alla signora Della Nave, incinta. Il 2 di Maggio 1945 furono divisi in tre gruppi: il primo fu condotto al ruscello che divide il comune di Graglia da quello di Netro, il secondo in località Paiette e il terzo alla Cascina Quara presso il Santuario. E furono tutti trucidati. Oggi tutte le salme riposano in una tomba-ossario nel cimitero di Graglia dove una lapide bronzea recante il gladio della R.S.I. che ne ricorda il sacrificio.

L’eccidio dei fratelli Govoni
Alle ore 23 dell’11 Maggio 1945, venerdì, ad Argelato (Bologna), frazione Casadio, podere Grazia, assieme al altri dieci fascisti prelevati a San Giorgio in Piano, partigiani emiliani trucidavano, dopo averli condotti, legati a 3 a 3, presso una fossa anticarro, i sette fratelli Govoni che erano stati prelevati a Pieve di Cento la mattina alle 6,30 : Dino, 40 anni, falegname, Marino, 34 anni, contadino, Emo, 31 anni, falegname, Giuseppe, 29 anni, contadino, Augusto, 27 anni, contadino, Primo, 22 anni, contadino e Ida, di appena venti anni, sposata ad Argelato e madre di un bambino. Prima della morte tutti furono picchiati a sangue e seviziati in vario modo. Solo Dino e Marino avevano militato nella R.S.I., Marino come brigadiere della G.N.R. e Dino come semplice milite. Nel 1951, quando fu scoperta la fossa dove giacevano i corpi dei 7 fratelli insieme a quelli degli altri dieci fascisti, si scoprì lì vicino un’altra fossa con i resti di 25 caduti.


LA FOSSA DOVE VENNERO RITROVATI I RESTI

Gli uccisi del XIV Btg Costiero da Fortezza
Il 5 Maggio 1945, a guerra ormai conclusa, 20 militi del battaglione, che aveva valorosamente combattuto a difesa dei confini orientali, si consegnarono ai partigiani, fidando nelle leggi internazionali che tutelano i prigionieri di guerra. Ma i partigiani, totalmente irrispettosi di ogni legge, li condussero, dopo molte marce, a Sella Doll di Montesanto e qui, fattili inginocchiare sul bordo di una trincea della prima guerra mondiale, barbaramente li uccisero con un colpo alla nuca.

La strage di Codevigo (Pd)
Qui nei primi giorni del Maggio 1945 (fra il 3 e il 13) furono seviziate e uccise oltre 365 persone fra cui 17 fascisti (uomini e donne) dello stesso Codevigo (12 maggio). I militari, appartenenti a formazioni R.S.I. della provincia di Ravenna, erano stati catturati negli ultimi giorni di aprile e chiusi in carcere. Ma i partigiani romagnoli di Arrigo Boldrini li prelevarono dicendo che li avrebbero condotti a Ravenna. Li condussero, invece, a Codevigo e qui, dopo averli seviziati, li condussero al ponte sul fiume Brenta e li uccisero a due a due, gettandoli poi nel fiume. Molte salme furono trascinate via dalla corrente. Altre, gettate nei cimiteri dei dintorni, furono recuperate per l’opera instancabile di Rosa Melai che, il 27 maggio 1962 riuscì a inaugurare l’Ossario dove potè radunare le salme ritrovate. Oggi sono 114 i caduti che qui hanno trovato riposo e rispetto.

I trucidati a Ponte di Greggio (VC)
I fatti avvennero nei primi giorni del Maggio 1945.

I massacri dei bersaglieri del “Mussolini”
Come è noto il Btg di bersaglieri volontari “Mussolini” fronteggiò gli slavi del X° Corpus sul fronte orientale fin dal 10/12 ottobre 1943. Il 30 Aprile 1945, dopo la morte di Mussolini e la resa delle truppe italo-tedesche, anche gli uomini del “Mussolini” decisero di arrendersi ai partigiani di Tito, alle condizioni stabilite che prevedevano l’immediato rilascio dei soldati e la trattenuta dei soli ufficiali per accertare eventuali responsabilità. Ma i “titini” si guardarono bene dal rispettare le condizioni concordate e, invece di lasciare liberi i soldati, condussero tutti a Tolmino e li rinchiusero in una caserma. Da qui qualcuno fortunatamente riuscì a fuggire, ma, dopo alcuni giorni, 12 ufficiali e novanta volontari furono prelevati, condotti sul greto dell’Isonzo e, qui, trucidati. Dopo altri giorni altri dodici furono prelevati, condotti a Fiume e uccisi. E ancora il 18 maggio dall’Ospedale Militare di Gorizia furono prelevati 50 degenti e uccisi. Dieci erano bersaglieri. Intanto i sopravvissuti avevano iniziato una marcia allucinante, senza cibo né acqua, picchiati e seviziati, e altri furono uccisi durante la marcia. Finalmente giunsero al tristemente famoso campo di prigionia di Borovnica ove fame, epidemie, sevizie e torture inumane seminano morte fra gli odiatissimi bersaglieri. Alla chiusura di quel campo, nel 1946, i sopravvissuti furono internati in altri campi ove le condizioni non migliorarono assolutamente. Alla fine, il 26 giugno 1947, soltanto 150 bersaglieri, ridotti in condizioni inumane, poterono tornare in Italia. Dei quasi quattrocento caduti del battaglione, ben 220 furono quelli uccisi dopo il 30 aprile 1945.

La strage delle Ausiliarie
Negli ultimi giorni dell’ Aprile e nei primi di Maggio 1945 l’odio bestiale dei partigiani si scatenò con particolare accanimento contro le donne che avevano prestato servizio in qualità di ausiliarie nell’esercito della R.S.I. Esse subirono torture, pestaggi, sovente stupri ripetuti, e si tentò di umiliarle in ogni modo, spesso denudandole ed esponendole così al ludibrio di folle imbestialite.Giorgio Pisanò, nella sua “Storia delle Forze Armate della R.S.I.” (cui si rinvia per approfondimenti) ricorda diecine di casi di ausiliarie, spesso giovanissime, catturate da sole o in piccoli gruppi e, poi, martirizzate e trucidate. L’elenco delle ausiliarie cadute che compare in detta opera è di 200 nominativi, ma si avverte che tale elenco non è completo proprio perché non è mai stato possibile fare luce completa sulla quantità di crimini commessi dai partigiani in quella primavera di sangue a danno di queste giovani donne coraggiose e fedeli fino alla fine. Nella sola Torino ne furono massacrate 18.

L’olocausto della “Monterosa”
Tra il 24 e il 25 Aprile tutte le truppe schierate sul fronte alpino occidentale ricevettero l’ordine di ripiegare sul fondovalle. Così anche gli uomini della Divisione Alpina “Monterosa” iniziarono il ripiegamento. E, a cominciare dal 26 aprile, molti reparti, ad evitare spargimenti di sangue ormai inutili, si arresero al C.L.N. della zona avendo formali promesse di trattamento conforme alle leggi internazionali. Purtroppo tali leggi non furono rispettate e anche qui, come altrove, decine e decine di uomini ormai disarmati, furono trucidati con bestiale ferocia. Non è possibile ricostruire tutti i fatti, molti dei quali, probabilmente, non sono mai stati resi noti. E’ molto noto, invece, il caso degli uomini del Btg “Bassano” che si erano arresi il 26 aprile al C.L.N. di Saluzzo. Come al solito essi avevano avuto ampie garanzie di salvaguardia della loro incolumità. Ma, ancora come il solito, tali promesse non erano state rispettate. E l’Avv. Andrea Mitolo di Bolzano, già ufficiale del “Bassano”, con una circostanziata denuncia alla Procura della Repubblica di Saluzzo, descrive la fine di ventidue uomini, ufficiali e soldati, trucidati dai partigiani di “Gianaldo” (Italo Berardengo) dopo che si erano arresi ed erano stati disarmati.Né, parlando della Monterosa, possiamo non ricordare l’infame attentato alla tradotta che trasportava sul fronte occidentale gli uomini della “Monterosa” che erano stati ritirati dal fronte della Garfagnana. Tra Villafranca e Villanova d’Asti fu minata la linea ferroviaria e l’esplosione, provocata al passaggio della tradotta, travolse due vagoni e uccise 17 alpini ferendone altri 21 anche in modo molto grave. Malgrado l’odiosità del vile attentato non fu attuata alcuna rappresaglia.



I trucidati della Divisione “Littorio”
Negli ultimi giorni di Aprile anche i reparti della “Littorio” che, come è noto, difendevano i confini occidentali, iniziarono il ripiegamento verso il fondo valle. Anche qui, come altrove, i reparti che rimasero in armi fino all’arrivo degli anglo-americani, si consegnarono a questi e furono avviati ai campi di concentramento.Quelli, invece, come il III° Btg del 3° Rgt granatieri, si consegnarono ai partigiani, ebbero sorte diversa. Era stato raggiunto un accordo coi partigiani del capitano Aldo Quaranta per un indisturbato deflusso di tuti i reparti e il III° Btg, giunto il 27 aprile a Borgo San Dalmazzo, si arrese al capo del CLN del luogo, tale Oratino. L’accordo era che i militari sarebbero stati messi gradualmente in libertà forniti di lasciapassare. Fra gli uomini del Btg e i partigiani non c’erano mai stati scontri o altri incidenti, per cui il patto fu accettato dagli uomini della “Littorio” fidando nella parola dell’Oratino. Ma anche questa volta gli uomini del CLN e i partigiani non tennero fede alla parola data e il Maggiore Grisi, comandante del III Btg, il maggiore Montecchi, il Ten. Buccianti, il Cap. Calabrò, i Marescialli Sanvitale e Magni, il Caporal Maggiore Sciaratta ed altri furono uccisi alcuni dopo un processo sommario, altri senza processo e, soprattutto, senza che fossero loro contestate reali colpe.

I morti della Divisione “San Marco”
Negli ultimi giorni di Aprile, a guerra conclusa, molti uomini della Divisione “San Marco” furono uccisi dai partigiani. Giorgio Pisanò, nella sua “Storia delle Forze Armate della R.S.I.” ne elenca alcune centinaia fra cui circa 300 ignoti ancora in divisa ma privi di ogni segno di riconoscimento, trucidati a Colle di Cadibona, Monte Manfrei (vedi sopra), Passo del Cavallo, Santa Eufemia e in altri luoghi.Il Deposito Divisionale, ritiratosi a Lumezzane V.T., qui il 27 aprile accettò la resa con l’onore delle armi e un promesso salvacondotto per tutti. Ma una volta deposte le armi i partigiani, fedifraghi come sempre, condussero gli ufficiali a Gardone e, dopo due giorni, li trucidarono a S.Eufemia della Fonte (BS). Fra di essi il Comandante del Deposito Ten. Col. Zingarelli, la cui salma, ritrovata con le altre orrendamente mutilate, potè essere identificata in virtù di un maglione blu che era solito indossare.

I trucidati della 29° Divisione SS italiane
I reparti più atti al combattimento di questa divisione ( Btg “Debica” e Gruppo di combattimento “Binz”) si arresero agli americani nei giorni 29 e 30 aprile. Il resto della divisione, invece, ( Btg Pionieri e Btg dislocati a Mariano Comense e a Cantù) dopo una strenua resistenza condotta fino all’esaurimento delle munizioni, fu catturato dai partigiani. Gli ufficiali furono tutti trucidati. Il Ten. Luigi Ippoliti, ferito, fu prelevato in ospedale il 5 maggio 1945, condotto presso il cimitero di Meda e qui massacrato legato alla barella.

I caduti del 3° Rgt. Bersaglieri volontari
Il I° Btg era schierato a Genova e a levante di Genova. I reparti che erano a levante di Genova si sacrificarono quasi interamente per contrastare l’avanzata del negri della 92^ Div. “Buffalo”. I reparti che si trovavano in città furono attaccati dai partigiani e si difesero fino all’ultima cartuccia. Essendo ormai disarmati, furono catturati e, immediatamente, quasi tutti uccisi. Il II° Btg si trovava, invece, in Liguria in difesa del confine occidentale. Quando giunse l’ordine di ripiegamento, risalì insieme alla 34^ Div. Tedesca fino a Quagliuzzo in Piemonte e qui, il 3 maggio, si arrese al CNL locale previo rilascio di un lasciapassare per tutti gli uomini. Malgrado il lasciapassare, però, il Cap. Francoletti e il Ten. Casolini furono condotti sul greto della Dora e qui massacrati. I corpi non furono mai ritrovati. Questo Btg ebbe anche due giovani mascotte, di quattordici e dodici anni, assassinate dai partigiani.

I caduti dei Guastatori del Genio II° Btg.
Anche questo reparto (che aveva poi assunto il nome di II° Btg Pionieri “Nettuno”) ebbe i suoi caduti dopo la cessazione delle ostilità. Nei giorni successivi al 25 aprile 1945 il Btg fu sciolto a Somma Lombardo (Varese). La popolazione del luogo si adoperò in ogni modo per salvare gli uomini del Btg, favorendo il rientro nelle loro famiglie. Malgrado il generoso intervento, i partigiani catturarono il Capitano Dino Borsani e, dopo due settimane di torture, lo trucidarono insieme a tre militari sulle rive del Ticino. Era il 10 maggio 1945.

Gli uccisi del Btg Volontari Mutilati 
“Onore e Sacrificio”
Anche questo Battaglione che la Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra aveva voluto costituire (come già accadde durante la campagna etiopica del 1936), ebbe trucidati molti dei suoi appartenenti. Il Btg era stato costituito a Milano e qui era sempre rimasto, a svolgere compiti territoriali. Dopo la resa anche su questi mutilati infierì la ferocia partigiana e, allorché ebbero deposto le armi, molti furono gli assassinati.

L’eccidio di Ozegna
Pur non essendo accaduto dopo il termine della guerra, si ritiene opportuno narrare qui anche questo fatto, per la vigliaccheria con cui venne consumato l’agguato. L’8 di luglio del 1944 un reparto motorizzato del Btg “Barbarigo” della X^ MAS, che dalla metà di giugno si trovava in Piemonte, al ritorno da una missione fece sosta nella piazza di Ozegna. Lo comandava il Capitano di Corvetta Umberto Bardelli, comandante del Battaglione. Sulla stessa piazza si trovavano alcuni partigiani coi quali Bardelli avviò una pacata discussione invitandoli a non combattere contro altri italiani per conto dello straniero invasore. La conversazione fu pacata e i partigiani ammisero che occorreva fare fronte comune contro gli stranieri. Ma l’atteggiamento remissivo e non ostile nascondeva l’agguato. Infatti, mentre essi parlavano in quel modo con Bardelli, un centinaio di partigiani si ammassarono nelle vie che sboccavano nella piazza e, non appena i parlamentari partigiani si allontanarono, un inferno di fuoco si scatenò sugli uomini del “Barbarigo”. Bardelli tentò di organizzare la resistenza, gridando: - Barbarigo non si arrende - , ma cadde quasi subito sotto il fuoco delle armi partigiane della banda di Piero Urati (detto Piero Pieri) insieme a dodici marò. I sopravvissuti, molti dei quali erano feriti, dovettero arrendersi.

Il massacro del Distaccamento “Torino” della X^
Il 26 aprile 1945 le forze del Presidio militare di Torino lasciarono la città agli ordini del comandante regionale militare Gen. Adami-Rossi. Ma il distaccamento “Torino” della Decima Flottiglia MAS non le seguì e si chiuse nella caserma Montegrappa preparandosi ad una resistenza ad oltranza. Disponeva anche di qualche carro armato. La resistenza durò tre giorni ma alla fine, esaurito il carburante per i carri e scarseggiando le munizioni, il 30 aprile cessò. Qualcuno riuscì a mettersi in salvo attraverso certi cunicoli sotterranei, ma sui rimasti si abbattè la ferocia partigiana. Circa 70 uomini furono fucilati nel cortile della caserma, altri furono massacrati dalle varie formazioni partigiane che avevano partecipato all’assalto e alla cattura di prigionieri. Alla fine, dopo che avevano dovuto assistere al martirio dei camerati, vennero fucilate anche tutte le ausiliarie del reparto.
La salma del comandante Umberto Bardelli ucciso dai partigiani della "Matteotti" di Piero Urati detto Piero Piero il 4 luglio 1944: secondo l'ufficio propaganda della Decima, che ha diffuso l'immagine, si noterebbe la mancanza di due denti d'oro strappati al cadavere

Il sacrificio della Compagnia “Adriatica” della X^ MAS
All’atto dell’abbandono di Ravenna il Ten. Di Vasc. Giannelli costituì, coi marinai presenti, una compagnia di fucilieri. Era il 1° dicembre 1944. Spostatasi a Chioggia, la compagnia si aggregò alla X^ e, nel gennaio 1945, partì per Fiume e, da qui, si portò sull’isola di Cherso. Qui, nel maggio 1945, la compagnia si sacrificò pressoché per intero per la difesa dell’isola.
Le salme dei marò Fiaschi e Grosso, imbrattate di sterco

Il sacrificio della Compagnia “D’Annunzio” della X^ MAS
Costituitasi a Fiume nel maggio 1944, fu l’estremo avamposto della Decima sui confini orientali. Posta alla difesa di Fiume, costituì anche tre distaccamenti: Laurana, Lussimpiccolo e Lussingrande. Il 25 aprile 1945 Laurana venne attaccata dai “titini” e i 130 marinai si difesero strenuamente fino all’arrivo dei soccorsi. Ma ben 90 caddero nello scontro. Gli altri due distaccamenti si difesero eroicamente fino alla totale distruzione. Fiume si difese con uguale valore fino al 1° maggio, nella vana attesa di uno sbarco anglo-americano. E il 2 maggio i superstiti furono catturati dagli iugoslavi. Ben pochi rientrarono dalla prigionia nel 1947.

Il sacrificio della Compagnia “Sauro” della X^ MAS
Costituita a Pola nel settembre 1943 con gli uomini del deposito del Reggimento San Marco rimasti, dopo la visita di Borghese passò alle dipendenze della X^. A fine aprile e fino al 3 maggio combattè strenuamente fino all’ultimo per la difesa della città. Pochi sopravvissero e furono catturati dagli slavi.

I trucidati della base operativa “Est” della X^
La Base “Est” aveva sede a Brioni Maggiore ma, a fine aprile, col precipitare degli eventi, si concentrò presso il Comando di Marina-Pola. Dopo aver partecipato alla difesa della città, quando essa cadde il personale fu catturato dagli slavi. Solo quattro marinai furono risparmiati. Ufficiali, sottufficiali e 50 fra graduati e marinai furono trucidati a Portorose, a Brioni e a Pola.

Il sacrificio della Scuola Sommozzatori della X^
Questa scuola, costituita a Portofino nel gennaio 1944, nell’estate fu trasferita in Istria, sul confine orientale, a Portorose. Una parte del personale, catturata negli ultimi giorni di aprile, fu subito passata per le armi. Altri, caduti prigionieri a Pola ove si erano concentrati, finirono nei terribili campi di concentramento iugoslavi. Pochi i sopravvissuti.


I morti del Btg. “Sagittario” della X^
Il 30 aprile 1945 il Btg., insieme ad altri reparti del II° Gruppo di Combattimento, raggiunse Marostica e qui, secondo gli ordini, si dette in prigionia agli americani. Ma, dopo la resa, il Comandante Ten.Vasc.F.M. Ugo Franchi e numerosi marinai, furono prelevati e assassinati dai partigiani.

L’assassinio del Maggiore Adriano Visconti
Il 29 aprile 1945 a Gallarate il Primo Gruppo Caccia dell’Aeronautica Repubblicana si arrendeva al CLN del luogo previo accordo che garantiva a tutti l’incolumità. Gli ufficiali vennero condotti a Milano nella Caserma del “Savoia Cavalleria” in Via Vincenzo Monti. Qui, contrariamente agli accordi, gli ufficiali, cui era stato concesso di tenere le proprie armi, vennero disarmati. E mentre attraversavano il cortile della caserma, il Maggiore Adriano Visconti, comandante del Gruppo e il S.Ten. Valerio Stefanini, Aiutante Maggiore, vennero vilmente assassinati con raffiche di mitragliatore sparati alle spalle. Furono sepolti nel cortile stesso della caserma.

I massacrati del Btg. “Folgore”
Il 29 aprile 1945 il Btg. “Folgore” del Rgt “Folgore” si stava dirigendo verso Venaria Reale. Contemporaneamente una pattuglia su un autocarro si diresse a Torino per ritirare alcuni autocarri presso il deposito reggimentale e per recuperare i feriti del Btg presso l’O.M. Ma a Porta Susa un blocco partigiano impedì la realizzazione del progetto. Allora il sottufficiale capo-pattuglia parlamentò coi partigiani ed ebbe l’assicurazione che i feriti sarebbero stati rispettati. Purtroppo, invece, tutti i feriti furono massacrati. Il 1° maggio il Btg., giunto a Strambino il giorno prima, si sciolse, e il Capitano Fredda sciolse gli uomini da ogni obbligo. Ma quasi nessuno abbandonò il reparto che il 5 maggio, ad Ivrea, si consegnò in prigionia di guerra agli americani ricevendo l’onore delle armi. L’ausiliaria Portesan e il sergente maggiore Ciardella furono i soli a lasciare il Btg il 2 maggio, ma, appena fuori dalla zona presidiata, furono trucidati dai partigiani.

Le stragi di Genova 
GENOVA APRILE/MAGGIO 1945 COLGONO 
I CORPI DEI FASCISTI REPUBBLICANI UCCISI 
PER LE STRADE CITTADINE
Fra il 26 e il 27 aprile 1945 cessava la resistenza dei presidi della GNR rimasti in città. Con l’assunzione del potere da parte del CLN iniziarono i massacri che coinvolsero anche gran parte dei familiari dei militi. Massacri che continuarono anche dopo l’arrivo a Genova della 92^ Div. “Buffalo” americana.

Le stragi di Imperia
I partigiani entrarono in Imperia il 25 aprile 1945. Fu subito costituita una “commissione di giustizia” che arrestò 500 fascisti o presunti tali. Si disse che era per salvaguardarne la vita. Ma il 4 maggio una quarantina di loro fu seviziata e uccisa. E anche nella provincia avvennero massacri spaventosi. 
ALCUNE VITTIME
BUSATO AGOSTINO-RAMELLA MARIA-MAZZOCCHI ARTURO
FUCILATI IL 19 MAGGIO E SEPOLTI IN UN UNICA FOSSA

Le stragi di Milano
Il 608° Comando Provinciale GNR, fedele alle consegne, non si sbandò il 25 aprile 1945 e, chiusisi i vari distaccamenti nelle caserme, resistè fino all’ultima cartuccia. Dopo di che, malgrado le promesse di rispetto della vita, ci furono i massacri, compiuti prevalentemente dai partigiani dell’Oltrepo pavese. Interi plotoni vennero passati per le armi. E le uccisioni continuarono anche quando i pochi superstiti ritornarono alle loro case dai campi di concentramento.

Le stragi di Varese
Anche qui le forze del 609° Com. Prov. GNR rimaste sul posto, dopo essere state sopraffatte il 26 aprile 1945, subirono le atroci vendette dei partigiani che, dopo aver subito fucilato il Cap. Osvaldo Pieroni con alcuni altri, continuarono fino a tutto maggio le esecuzioni sommarie, abbandonando insepolti i cadaveri, spesso rimasti senza nome.

Le stragi di Como
Nella notte del 27 aprile 1945 il Colonnello Vanini aveva ordinato la resa e lo scioglimento del 610° Com. Prov. GNR. Ciò fu fatto, come dagli altri reparti della R.S.I., per evitare il bombardamento della città che sarebbe stato richiesto dai partigiani. Subito dopo cominciarono, anche qui, le sevizie e le uccisioni di numerosissimi militari, che continuarono per quasi tutto maggio.
Le stragi di Sondrio
l 25 aprile 1945 a Sondrio comandava i circa 3000 uomini della R.S.I. il generale Onorio Onori che avrebbe dovuto organizzare il famoso ridotto della Valtellina. Altri 1000 uomini al comando del Maggiore Renato Vanna sono a Tirano e cercano di raggiungere Sondrio. Il Maggiore Vanna, con 300 uomini, tenta di forzare gli sbarramenti opposti dai partigiani, ma ecco che il generale Onori e Rodolfo Parmeggiani, federale di Sondrio, gli vanno incontro a Ponte in Valtellina, a 9 Km da Sondrio, gli comunicano di essersi arresi il giorno prima e lo invitano a fare altrettanto. E’ il 29 aprile. Tutti i prigionieri vengono chiusi nel carcere di via Caimi o nell’ex casa del Fascio. E qui, malgrado le solite promesse di trattamento civile e conforme alle convenzioni internazionali, ai primi di maggio ebbero inizio le uccisioni di massa. Il 4 maggio furono prelevati 8 uomini, condotti ad Ardenno, obbligati a scavarsi la fossa e uccisi. Il 6 maggio ne furono prelevati 13, condotti a Buglio in Monte e uccisi. Il 7 maggio fu la volta di altri 15. Condotti vicino a Bagni del Masino, furono mitragliati alle gambe e, poi, bruciati vivi. Si calcola che, in totale, gli uccisi siano stati oltre 200. Secondo alcuni addirittura 500. Fra gli uccisi anche l’ausiliaria Angela Maria Tam, il maggiore Vanna e due Capitani medici. Il S.Ten. Paganella fu gettato da un campanile. Molti uccisi ebbe anche il I° Btg Milizia Francese, dipendente dallo stesso Comando
Le stragi di Brescia
Gli uomini del 613° Com. Prov. GNR si arresero fra il 28 e il 30 aprile 1945. Subito ci furono sevizie e uccisioni compiute dai partigiani. Il maggiore Spadini subì un vergognoso processo e fu condannato a morte e fucilato il 13.2.1946. Il 23.4.1960 la vedova ricevette una telefonata del Ministro di Grazia e Giustizia On. Guido Gonella che gli annunciava l’annullamento della sentenza della Corte d’Assise Straordinaria di Brescia e la riabilitazione del marito.

Le stragi di Pavia
Le forze del 616° Com. Prov. GNR furono particolarmente pressate dalle ingenti bande partigiane della zona. Il 25 aprile 1945 il presidio di Strabella visse un episodio eroico. Per consentire al grosso delle truppe di ritirarsi verso nord, dodici giovanissimi volontari si assunsero il compito di impegnare le forze partigiane. I dodici giovani, poi ridotti a sei, si difesero disperatamente per tutto il giorno e tutta la notte. Poi accettarono la resa con l’onore delle armi. Ma poco dopo, furiosi per essere stati tenuti in scacco da sei ragazzi, i partigiani li prelevarono (ad eccezione di uno che riuscì a fuggire) e li fucilarono insieme ad altre 14 persone. La stessa sorte fu riservata a molti militi degli altri presidi.

Le stragi di Vicenza
Gli uomini del 619° Com.Prov. GNR, all’atto dello sfondamento del fronte nell’aprile 1945 si ritirarono verso le montagne. Ma qui dovettero arrendersi ai partigiani. Vari distaccamenti, però, si difesero strenuamente finchè vennero sopraffatti e massacrati con inaudita ferocia. Vedi anche il terribile massacro di Schio.

Le stragi di Treviso
Anche in questa provincia gli uomini del 620° Com. Prov. GNR, dopo la resa avvenuta fra il 27 e il 30 aprile 1945, subirono la feroce vendetta partigiana. A Revine Lago, a Oderzo, a Susegana furono soppressi centinaia di uomini. Quelli del presidio di Fregona, arresisi il 27 aprile, furono portati a Piano del Cansiglio e infoibati.

Le stragi di Padova
Il 623° Com. Prov. GNR cessò di esistere il 28 aprile 1945. In tutta la provincia infierirono gli uomini della brigata garibaldina di “Bulow” (Boldrini) che commisero innumerevoli eccidi.

Le stragi di Bologna
Il 629° Com. Prov. GNR partecipò, il 21 aprile 1945, alla difesa di Bologna, poi si ritirò verso il Po e qui si sciolse. I suoi uomini furono braccati e moltissimi furono gli assassinati e lasciati senza sepoltura.Pare che gli uccisi dopo il 21 aprile 1945 nel bolognese ammontino a 773 di cui 334 civili fra cui 42 donne.

Le stragi di Parma
Il 631° Com. Prov: GNR partecipò alla difesa della città il 23 aprile 1945, poi una colonna si ritirò fino a Casalpusterlengo ove si sciolse. Ma i presidi di Colorno e di Salsomaggiore furono massacrati al completo. E il 26 aprile a Parma in via Giuseppe Rondinoni furono uccisi 10 bersaglieri della divisione “Italia”.

Le stragi di Modena
Il 633° Com.Prov.GNR nell’aprile 1945 si ritirò ordinatamente fino quasi a Como dove si sciolse. Ma nella provincia di Modena le uccisioni indiscriminate di fascisti continuarono fino al 1946. I fascisti uccisi nel modenese pare ammontino a 893.

Le stragi di Forlì
Gli uomini del 636° Com. Prov. GNR ripiegati al nord, confluirono nel Btg. “Romagna” che fu inviato nel Veneto. Qui, negli ultimi giorni di aprile 1945 avvenne la resa e, dopo la resa, il pressoché totale annientamento ad opera dei partigiani.
Le stragi del 3° Rgt M.D.T. “D’Annunzio”.
Il 3° Reggimento “Gabriele D’Annunzio”, che era di stanza a Fiume, negli ultimi giorni di aprile 1945 tentò il ripiegamento verso Trieste e Gorizia. I suoi uomini, costretti ad arrendersi agli slavi il 3 maggio subirono orrende sevizie, numerose uccisioni, e anche infoibamenti.

La strage di Graglia (Bi) : 2 maggio 1945
Il 27 aprile 1945, dopo un disperato combattimento durato 14 ore, si arresero ai partigiani una trentina di persone appartenenti al R.A.U. (Raggruppamento Arditi Ufficiali) e al R.A.P. fra cui 28 ufficiali cinque ausiliarie e due mogli di ufficiali che avevano raggiunto i mariti. Una di queste, moglie del Ten. Della Nave, era incinta. I fatti accaddero a Cigliano (Bi) nell’albergo “Cavallino Bianco” dove era trincerato il grosso dei soldati. Il R.A.P. di presidio a Cigliano era comandato dal Ten Mancuso mentre il 2° R.A.U. giunto di rinforzo era comandato dal Magg. Filippo Galamini. I prigionieri vennero concentrati in parte al “Cavallino Bianco” e in parte altrove. Il mattino del 28 gli uomini del RAU vengono condotti prima a Dorzano, poi ad Aral Grande, infine, il 1° maggio a Graglia ove tutti furono rinchiusi in una stanza dell’albergo “Belvedere” di Graglia. Furono giorni terribili di percosse e sevizie, pressochè senza mangiare. Alla donna incinta fu negato anche un bicchiere d’acqua. Il giorno 2 maggio, poi, in più riprese, vennero condotti fuori. Il primo gruppo fu condotto presso un ruscello che divide il comune di Graglia da quello di Netro e qui tutti furono massacrati. Il secondo gruppo viene massacrato in località Pairette. Il terzo gruppo fu ucciso alla cascina Quara nei pressi del Santuario, il quarto in località Portioli. Ultime a morire furono le donne, uccise dietro il cimitero. Non ci fu pietà neppure per la donna incinta. Essa, gettata a terra con uno spintone, fu uccisa con una raffica di mitra insieme al bambino che portava in grembo.
1 maggiore INVREA Marcello
2 maggiore GALAMINI Filippo
3 capitano ANDRIULLI
4 capitano TOPPI Guido
5 capitano GILI
6 capitano CASINI
7 tenente DELLA NAVE
8 tenente VISCONTI DI MODRONE Emanuele
9 sottotenente CANDORELLI Salvatore
10 sottotenente PICCINELLI Luigi
11 sottotenente GOBBI Giorgio
12 sottotenente TOSCANO Guerino - 17 anni
13 sottotenente MATTARESE
14 sottotenente CIAMPOLILLO
15 sottotenente RENZI
16 sottotenente PICCIONI
17 sottotenente SCALSEGGI
18 sottotenente PETRICCI
19 sottotenente GIOVANNETTI Paolo
20 sottotenente COLUCCI Gelsomino
21 sottotenente CANEPA
22 sottotenente COTTALORDA
23 sottotenente BRIGANTI Lauro
24 sottotenente FOSSATI Benito
25 sottotenente TOSI Romano
26 sottotenente PAPIANI Giovanni
27 sottotenente GIACCONE
28 sottotenente CORTI
29 ausiliaria ROCCHIETTI Lucia
30 ausiliaria GIRARDI Italia
31 ausiliaria CHANDRE’ Rina
32 ausiliaria “ROSA”
33 ausiliaria “VITTORIA”
34 PAOLUCCI Carla (incinta) – moglie del tenente Della Nave
35 ANTONIETTA – moglie del capitano Toppi Guido


Dopo il 25 aprile 1945, la scia di omicidi a sfondo politico, a Savona, si allunga sempre più…questo fatto, realmente accaduto ha come protagonisti una innocente famiglia, i Turchi appunto, ed un gruppo di partigiani comunisti che non verranno mai identificati
Dopo il 25 aprile 1945, la scia di omicidi a sfondo politico, a Savona, si allunga sempre più…questo fatto, realmente accaduto ha come protagonisti una innocente famiglia, i Turchi appunto, ed un gruppo di partigiani comunisti che non verranno mai identificati.   
Con il favore delle tenebre, cinque uomini armati, risalivano un sentiero di Ciantagalletto, che nella zona detta dei Ciatti, del quartiere rosso di Lavagnola, portava ad un casolare isolato.     I cinque armati, non erano sicuramente fascisti,  perché  era al 29 maggio 1945. Erano sicuramente qualcosa d’altro: e ci si arriva per logica deduzione, all’indomani della Liberazione, avvenuta il 25 aprile 45, l’unica forma di potere organizzato e armato, dominante, era unicamente quello delle formazioni partigiane, nella fattispecie a Savona, quelle comuniste…     I cinque uomini, camminavano in silenzio , senza fumare per non essere segnalati dalle braci delle sigarette e dall’odore di fumo, avanzavano con circospezione, senza produrre alcun rumore…per non mettere in allarme le persone che abitavano nella cascina Berta, le quali non potevano immaginare il pericolo imminente.   
Alla cascina Berta, oltre al bestiame ci abitavano dei Cristiani: Flaminio Turchi di anni 56, il capofamiglia, un uomo forte e senza timori, sua moglie, Caterina Carlevari, e le tre giovani figlie, Giuseppina, Pierina e Maria, rispettivamente di 25, 23 e 20 anni, tre ragazze piene di vita dedite unicamente ad aiutare la famiglia nella conduzione della casa agricola…         
 Infatti l’attivita’ lavorativa del nucleo famigliare era legata prevalentemente alla agricoltura. I cinque “banditi”, arrivano alla casa inaspettati, solo il cane dei Turchi li sente e abbaia sentendo gli intrusi, ma viene immediatamente freddato da una pistolettata nell’aia del casolare, i predoni fanno irruzione nella casa a piano terra e da subito sparano contro i componenti della famiglia Turchi disarmati e quindi indifesi che non hanno alcun scampo. Tutti vengono colpiti dalle raffiche omicide, senza alcuna distinzione, giovani e vecchi…
Tutti, quasi tutti i Turchi, muoiono all’interno della cucina, tutti cadono lì tra i mobili della cucina, sotto il tavolo, tra le sedie impagliate di legno in un lago di sangue tranne la giovane Maria, poco più che ventenne, la quale ferita mortalmente si trascina , nel bosco, al buio…lasciandosi dietro una scia di sangue…i cinque assassini, rinunciano ad inseguirla, e iniziano a depredare la casa, oramai popolata da cadaveri . La povera ragazza, ferita a morte, si lamenta disperatamente, per tutta la notte, prima di morire…e nessuno le presta il minimo soccorso. La spoliazione, completa, della casa, viene completata dopo 48 ore circa dalla strage. Arriva una squadra di sciacalli, che come in altri casi, porta via tutto, mobili, quadri, suppellettili, Lì accanto a qualche centinaio di metri, una squadra di operai della manutenzione delle Funivie, ode le raffiche e poi i colpi isolati di grazia, subito non se la sentono di andare a vedere…ci vanno all’alba, quando gli assassini sono andati via: i corpi sono oramai freddi, il sangue e’ ovunque nella cucina, il cane giace nel cortile…gli operai  osservano e seguono la scia di sangue sino al bosco, e trovano il corpo della povera Maria, morta senza soccorsi per dissanguamento.
Arrivò il prete di Lavagnola che benedisse le cinque salme, le quali caricate su di un carretto, vennero portate al Camposanto di Zinola, qui furono seppellite e rimasero sino al 89, dopo di chè vennero trasportate a Genova, presso il Cimitero di Staglieno, dove tuttora si trovano. I carabinieri stranamente non aprirono nessun tipo di indagine o di inchiesta, a tutt’oggi, nessuno sa nulla di nulla. Nessuno vide nulla, nessuno parlò, nessuno sentì…bocche cucite a quei tempi…per una delle tante stragi compiute a ridosso del 25 aprile 45. Gli anni passarono, i fori dei proiettili erano bene in vista, sui muri della cucina dove avvenne la strage.
La casa abbandonata, fu invasa dalla vegetazione e poi venne demolita. Al suo posto c’e’ ora una nuova palazzina. Ci fu un fatto propedeutico alla strage : due delle ragazze, furono prese e rapate dai partigiani perchè sospettate di frequentare i i giovani militari della San Marco. Il padre, andò su tutte le furie, si recò subito a protestare con determinazione presso il locale CNL Ecco cosa accadde dopo… e gli assassini, godettero di coperture, appoggi, onori e quant’altro. Erano dalla parte  vincente.
La magistratura dovrebbe fare luce sulla strage della Famiglia Turchi, e riaprire un fascicolo pieno di polvere e soprattutto di omissioni…tanti nomi eccellenti verrebbero a galla, anche se la morte ha già fatto Giustizia per conto suo. 



Il documento della Divisione d’assalto Garibaldi “Bonfante” operante ad Albenga durante la guerra civile recita testualmente e freddamente : “…Diamo comunicazione della sentenza di condanna a morte e della avvenuta esecuzione, per volontà del popolo e del Tribunale militare di Albenga, nei riguardi delle seguenti persone, tutte accusate con fatti incontestabili di aver servito i nazi – fascisti a danno delle Formazioni della Libertà…”Segue una lista di nomi e come penultimo appare un nominativo di una donna, Vendrame Regina.Il documento prosegue in modo  burocratico : “..la sentenza e’ stata eseguita nei riguardi di ognuno,  fuori dall’abitato della città, Albenga n.d.r., verranno inviati a codesto comando i verbali di condanna a morte emessa da questo Tribunale Militare”.Il verbale viene inviato contestualmente ai vari livelli di comando della formazione partigiana della zona di Albenga e anche alla stazione dei Carabinieri.
Ma, chi era Regina Vendrame e cosa aveva fatto di tanto grave per essere catalogata come collaborazionista e per meritare la morte ? Assolutamente nulla !La ragazza, assieme ad altre tre , provvedeva alla cucina della mensa dell’aeroporto militare di Albenga.Mensa a cui mangiavano i militari della guarnigione tedesca dell’aeroporto. Quindi questa povera ragazza non era una ausiliaria dei reparti armati della R.S.I. e tantomeno una pericolosa spia fascista, era unicamente una aiuto cuoca, che a gennaio del 1945, arrivò dal Veneto, nata da una famiglia di 6 figli, ed accettò di lavorare nella cucine dei tedeschi per alcuni buoni motivi: per rabbonire le truppe tedesche ed evitare la fucilazione per rappresaglia di dieci ostaggi, presi dai nazisti in seguito all’uccisione di un militare germanico, e per poter mangiare qualcosa, vista la mancanza endemica di cibo che stava colpendo tutta la popolazione civile.La poveretta, in questo modo,  riusciva a mettere qualcosa sotto i denti e anche a portare un po’ di cibo al fratello diciassettenne Lino Vendrame con cui viveva a Villanova D’Albenga.La cosa, però non  era stata gradita dai partigiani , che in seguito agirono nei confronti della Regina Vendrame con la solita brutalità, colpevole ai loro occhi di chissà quali colpe.Il giovane fratello della Regina, assistette  a ciò che i partigiani fecero alla ragazza.Nel marzo del 1945:  un gruppo di partigiani arrivò nottetempo, presso l’abitazione dei due Vendrame, la ragazza subì il taglio dei capelli, e per non perdere l’abitudine, i partigiani razziarono tutto ciò che poterono nella già povera casa, cibo e coperte, minacciando i giovani di tacere assolutamente pena la morte.Ma questo era solo il primo atto di una tragedia, poi seguì il resto : il 25 aprile  Regina  fu convocata presso il locale C.L.N., ad Albenga, vi si recò a piedi da Villanova, non immaginando a cosa andava incontro, fece la strada assieme ad altre ragazze, anch’esse convocate.Appena giunta inizio il Golgota, le fu dipinta il capo con della vernice rossa, venne portata sul balcone ed esposta allo scherno della gente presente in piazza, poi costretta a cantare la nota canzone “bandiera rossa”, trascinata per le pubbliche strade di Albenga e successivamente fucilata assieme alle sue compagne di sventura.Forse prima di essere uccisa venne anche stuprata, era un trattamento abituale riservato dai partigiani comunisti alle donne accusate di collaborazionismo, ma non esistono prove al riguardo.Questa testimonianza appartiene al fratello, Lino Vendrame all’epoca di17 anni, il quale  si salvò dal plotone di esecuzione, grazie al deciso intervento del Parroco che praticamente gli fece scudo con il proprio corpo.Il ragazzo  fu testimone degli eventi, rimanendo  segnato nell’anima, e ne fece una testimonianza manoscritta che è semplicemente terribile.Regina aveva solo  vent’anni,  era piena di vita, volenterosa, cercava solo  un lavoro per sfuggire alla miseria, non aveva nessun tipo di ideologia politica  e la sua vita venne stroncata da tanta violenza e da una raffica di mitra.L’assassino della povera Regina Vendrame, aveva un soprannome che era tutto un programma:  “camposanto”,  ed era effettivamente un boia di lungo corso, pare che  la ragazza fosse la sua 26° vittima, infatti in una trasmissione TV del 97, dichiarò freddamente “..si, qualcuno l’ho tolto di mezzo”. Per il delitto della Vendrame fu processato nel luglio del 1950, e condannato a soli 22 mesi .  

Ines Gozzi. Siamo a Costelnuovo Rangone, in provincia di Modena. Ines Gozzi, di ventiquattro anni, laureanda in lettere, era sfollata da Modena con la famiglia a Castelnuovo Rangone e là aveva trovato un impiego, quale interprete, presso il comando tedesco del luogo. In questa sua veste si prodigò quotidianamente in favore della popolazione. Sul finire del settembre 1944, anzi, allorché i partigiani uccisero due soldati tedeschi, Ines riuscì ad evitare una spietata rappresaglia germanica, salvando la vita a numerosi ostaggi ed evitando l'incendio di molte case del paese; da quel momento, tutti la definirono la «salvatrice». Ma Ines era fidanzata con un ufficiale fascista. Tanto bastò perché venisse decretata la sua condanna a morte. Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio 1945, infatti, la giovane studentessa venne prelevata insieme al padre. I due furono portati in aperta campagna. Là Ines Gozzi fu violentata sotto gli occhi del genitore. Poi, i due sventurati vennero finiti con un colpo alla nuca e i loro cadaveri furono gettati in un pozzo nero. I responsabili del duplice delitto, identificati a guerra finita, vennero processati, ma furono assolti per avere compiuto un'«azione di guerra» (?!).

Anna Maria Bacchi, di ventisei anni, laureanda in medicina, assassinata dai partigiani comunisti il 6 aprile 1945. Anna non si era mai interessata di politica, benché suo fratello Gianfranco fosse divenuto ufficiale della Guardia Nazionale Repubblichina. La mattina del 5 aprile, la giovane donna venne avvicinata da tre individui, i quali la informarono che suo fratello, gravemente ferito in uno scontro con i partigiani, era degente all'ospedale di Modena e desiderava parlarle. Anna Maria Bacchi non dubitò un momento della veridicità della comunicazione e seguì i tre individui. Da quel momento scomparve. Il suo cadavere venne ritrovato solo due anni dopo in un campo, a Villa Freto di Modena. Le indagini svolte dai carabinieri portarono all'identificazione dei tre assassini, gli ex partigiani comunisti Cesare Cavalcanti, Enzo Leonardi e Giancarlo Zagni, detto «Luigi». Questi sostenne di avere ricevuto l'ordine di esecuzione dai suoi capi. Ma venne condannato a ventiquattro anni di reclusione. Le donne fasciste - o presunte tali - trucidate dai partigiani nel modenese, furono complessivamente oltre un centinaio. Tra le uccise vi furono, il 27 aprile, Rosaria Bertacchi Paltrinieri, segretaria del fascio femminile repubblicano, e la fascista Jolanda Pignati. Prelevate nelle loro abitazioni, la Bertacchi Paltrinieri e la Pignati furono violentate di fronte ai rispettivi mariti e figli e quindi condotte vicino al cimitero: là furono sepolte vive.

Giuseppe Ugazio e le sue due figlie di 21 e 13 anni. Le sorelle Ugazio furono uccise dai partigiani dopo essere state seviziate e costrette ad assistere all’uccisione del padre.


PIERINO  SASSO, nome di battaglia "Pierin d'la Fisa (1923-1980)
Spietato comandante partigiano. Dolo la liberazione uccise giovanissime Ausiliarie, come Marilena Grill, poco più che adolescente e Agnese Cravero di 15 anni (3 Maggio 1945)

(Giampaolo Stella -"I grandi killer della liberazione")


Nell’aprile del 1949, a seguito di segnalazione da parte di un partigiano che partecipò alla loro esecuzione, fu rinvenuta una fossa comune ai Piani Praglia (GE). Al suo interno, i corpi di 21 fascisti o presunti tali uccisi ai primi di maggio del ’45; tra di essi furono identificati: ACHELLI Gino, GASPARINI Alberto e il Tenente FONTANA Giovanni.



 23 APRILE 1944  JOLANDA DOBRILLA
Due partigiani della banda Nanni, si presentarono a Lugnola di Configni in provincia di Rieti in cerca di Jolanda Dobrilla, la ragazza diciassettenne, già in forza come traduttrice al comando germanico di Velletri, il suo conoscere la lingua, fece nascere dei sospetti che nella mente di alcuni anti fascisti divennero certezze . La ragazza era una spia i comandanti partigiani decisero la sua condanna a morte


Valmasino (Sondrio) e Cologna Veneta: tre giovani della R.S.I. trucidati tra il 5 e il 26 maggio 1945; uno era una ragazza in grigioverde. Tutti e quattro di età inferiore ai 18 anni.
Da sinistra: Ivo Orlandi. milite della Guardia Nazionale Repubblicana, fu il primo ad essere trucidato a Valmasino (SO); Pietro Mazzoni, milite della G.N.R. ferroviaria ucciso nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1945 a Valmasino (SO): Nadia Sala, ausiliaria della G.N.R. , sopravvissuta (classe 1928); Luciana Minardi, nata il 26 settembre 1928, ausiliaria della G.N.R., seviziata, violentata e trucidata il 26 maggio 1945 a Cologna Veneta (VR).
SOAVE  3 MAGGIO 1945 

 
ENRICO PERFETTO-GAETANO SIGNORINI-
LUIGI CHIAVENNA-GIGLIO ZAMBALDO
prima di essere fucilati dai partigiani

L'ECCIDIO SACCOL













LA “BATTAGLIA DI PORTA LAME”
Nel settembre del ’44 giunse alle Unità partigiane operanti nel bolognese l’ordine di concentrarsi a Bologna, in vista dell’imminente arrivo degli Anglo-Americani. Si trattava di un’iniziativa senza precedenti (di solito i partigiani arrivavano in città “dopo”) che rimane sospetta perché, in effetti, quasi in contemporanea il fronte, invece, si fermò e gli Alleati entreranno a Bologna solo il 21 aprile dell’anno successivo. E’ per questo che alcuni parlano di una “trappola” dei liberatori per portare alla distruzione gli scomodi alleati “garibaldini”.... Sta di fatto che più di un migliaio di uomini si infiltrarono entro il cerchio delle mura cittadine, concentrandosi in buona parte tra le macerie dell’Ospedale e del Macello, in zona Porta Lame. Da qui cominciarono ad effettuare una serie di sortite mirate ad uccisioni di singoli o azioni eclatanti come l’attacco all’hotel Baglioni, finchè, ai primi di novembre, il sequestro (con successiva morte) di alcuni civili che per caso si erano aggirati tra le macerie portò ad un’azione repressiva fascista. Un paio di centinaia di uomini circondò la zona, e, al termine di un combattimento durato quasi 12 ore, rimase padrona del campo dopo la fuga dei partigiani per cunicoli e fogne. Alla fine si contarono sul terreno una ventina di morti equamente distribuiti. Le sorprese vennero dopo: negli scantinati dell’ex Ospedale furano trovati Uffici, un’armeria, una sartoria (adibita esclusivamente alla confezione di divise dei Reparti repubblicani che consentivano agli uomini di muoversi e fare agguati più facilmente) e camere di tortura lorde di sangue. Una ventina i cadaveri sommariamente sepolti, nudi e spesso con evidenti segni di tortura e strangolamenti....sono, in parte, quelli delle foto

















Disposizione del C.V.L. 
trasmessa dal comando della 1^Div. Autonoma 
Val Chisone sul trattamento da usare verso i soldati della R.S.I.. trasmessa dal comando della 1^Div. Autonoma Val Chisone sul trattamento da usare verso i soldati della R.S.I.

BERGAMO - 29 Aprile 1945
Vengono trucidati, davanti all'ingresso del Cimitero di Bergamo, 
nove Fascisti prelevati nel vicino paese di Urgnano.
Cipriano PILENGA (nella foto)
Giuseppe PILENGA
Luca CRISTINI
Davide MARCHIONDELLI
Lorenzo VECCHI
Mario MORATTI
Giovanni Battista NOZZA
Luciano ANGERETTI
Luigi DONATI
Inoltre, è bene sottolineare che tutti vennero depredati degli averi 
(soldi e oggetti preziosi) e in qualche caso anche delle scarpe.